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Come è noto, all’aumento dell’età è
correlato quello di patologie cardiovascolari come
l’ipertensione arteriosa, la cardiopatia ischemica, ma anche quello
di malattie cerebrovascolari e degenerative del sistema nervoso
(ictus, parkinson, demenze), metaboliche (diabete mellito, obesità)
e osteomuscolari (artrosi, osteoporosi)”.
“Queste patologie”, continua la dottoressa Di Giuseppe, “possono
beneficiarsi di un programma riabilitativo (per esempio grazie allo
stimolo all’angiogenesi, alla formazione di circoli collaterali
nella cardiopatia ischemica e nell’arteriopatia obliterante agli
arti inferiori). E’ però vero che un’attività fisica non orientata
potrebbe accentuare la patologia di base (es. infarto del
miocardio). La ricerca sopraccitata ha, inoltre, accertato che un
lavoro muscolare isocinetico, isometrico e isotonico, seppure di
tipo submassimale, è in grado di produrre pericolosi rialzi pressori
e aumenti di frequenza cardiaca con un maggior rischio di eventi
avversi cardiovascolari. Ed ancora, il ventilato beneficio
dell’attività fisica sull’osteoporosi non è così automatico, dal
momento che è stato dimostrato come il programma di lavoro muscolare
sia di tipo locoregionale, e cioè orientato alla prevenzione delle
fratture osteoporotiche a seconda dei distretti (collo femore
piuttosto che corpi vertebrali). Per quanto riguarda la relazione
con l’attività cerebrale: secondo diversi studi la migliore funzione
cerebrale in chi partecipa a programmi di attività fisica sarebbe in
relazione con l’attivazione sociale che produrrebbe un miglior
coordinamento neuromuscolare. |